•June 20, 2010 •
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Un violoncello non è come un pianoforte, il pianoforte ha le note sempre negli stessi posti, sotto ogni tasto, mentre il violoncello le disperde in tutta la lunghezza delle corde, bisogna andare a cercarle, fissarle, coglierle nel punto giusto, muovere l’arco con la giusta inclinazione e la giusta pressione. Tu avanzi e sommergi dolcemente il canto del violoncello, assorbendolo, ampliandolo, come se volessi condurlo in un luogo dove la musica si sublimasse in silenzio, nell’ombra di una vibrazione che a poco a poco percorresse la pelle come l’ultima e inudibile risonanza di un timpano accarezzato da una farfalla
(J. Saramago – Le intermittenze della morte)
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•May 23, 2010 •
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Da centomila anni danzo davanti agli uomini. Una danza lenta e tetra. Bisogna che loro mi guardino: sin tanto che hanno gli occhi fissi su di me, dimenticano di guardare in se stessi. Se mi distraessi un solo istante, se lasciassi il loro sguardo allontanarsi…
(J.P. Sartre – Le Mosche)
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•May 19, 2010 •
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Comincerò col domandarle se sa quante siano le persone coinvolte in un matrimonio, Due, l’uomo e la donna, Nient’affatto, nel matrimonio ci sono tre persone, c’è la donna, c’è l’uomo, e c’è quella che io chiamo una terza persona, la più importante, quella persona costituita dall’uomo e dalla donna insieme, Non ci avevo mai pensato, se, per esempio, uno dei due commette adulterio, il più offeso, quello che riceve il colpo più profondo, per quanto le sembri incredibile, non è l’altro, ma questo nuovo altro che è la coppia, non è il singolo, ma i due insieme, E si può vivere davvero con quell’essere singolo fatto di due, per me è già tanto faticoso vivere con me stesso, La cosa più comune nel matrimonio è che si veda l’uomo o la donna, o entrambi, ciascuno per proprio conto, che vogliono distruggere quel terzo che essi sono, quello che resiste, quello che vuole sopravvivere comunque, E’ un’aritmetica troppo complicata per me.
(J. Saramago – Tutti i nomi)
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•May 16, 2010 •
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Non avere paura, l’oscurità in cui ti ritrovi qui non è maggiore di quella che c’è dentro il tuo corpo, sono due oscurità separate da una pelle, scommetto che non ci avevi mai pensato, non fai che trasportare da un lato all’altro un’oscurità, e questo non ti spaventa, poco fa ci è mancato poco che ti mettessi a urlare solo perché hai immaginato dei pericoli, devi imparare a vivere con l’oscurità di fuori come hai imparato a vivere con l’oscurità di dentro.
(J. Saramago – Tutti i nomi)
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•May 16, 2010 •
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Tutto il fine a cui tende l’umanità sulla terra consiste solo nella continuità del processo di raggiungimento, nella vita stessa, e non propriamente nel fine, che s’intende, dev’essere null’altro che il due più due quattro, cioè una formula, perché due più due quattro non è già più la vita, signori, ma l’inizio della morte. Se non altro l’uomo ha sempre avuto una certa paura di questo due più due quattro, e io ne ho paura anche adesso. Supponiamo che l’uomo non faccia altro che cercare questi due più due quattro, varchi gli oceani, sacrifichi la vita in questa ricerca, ma di raggiungerli, di trovarli veramente, ha quasi paura. Perché sente che appena li troverà non avrà più nulla da cercare.
(Dostoevskij – Memorie Dal Sottosuolo)
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•May 9, 2010 •
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Che vanità immaginare
che posso darti tutto, l’amore e la felicità,
viaggi, musica, giocattoli.
Certo è così:
tutto quel che ho te lo do, certo,
ma tutto quel che ho non ti basta
come a me non basta
tutto il tuo.
Per questo non saremo mai
la coppia perfetta, la cartolina,
se non siamo in grado di accettare
che solo in aritmetica
il due nasce da uno più uno.
Perciò ecco un bigliettino
che dice solo:
Sei sempre stata il mio specchio,
Voglio dire che per vedermi devo guardare te.
E questo frammento:
La lenta macchina del disamore
gli ingranaggi del riflusso
i corpi che abbandonano i cuscini
le lenzuola i baci
e in piedi davanti allo specchio si domandano
ognuno a se stesso
e senza guardarsi
non nudi l’uno per l’altra
io non ti amo,
amore mio.
(J. Cortazar )
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•April 5, 2010 •
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I malati sono funamboli ontologici in bilico su un baratro di malattia che cercano in mezzo alla totale esorbitanza un evanescente punto immobile
(Oliver Sacks – Risvegli)
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